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Il paradosso del cospirazionismo

September 21, 2017

Il cosiddetto “cospirazionismo” è uno dei temi più attuali del discorso sociale e politico. Mediante Internet, teorie che fino a pochi anni fa era patrimonio di pochi, seducono migliaia di persone, spesso spinte da formazioni politiche o spionistiche allo scopo di influenzare risultati elettorali.

Psicologicamente, tale fenomeno si potrebbe definire come una forte diffidenza nei confronti dei media tradizionali che si traduce nella ricerca di letture alternative della realtà. Tali letture alternative sono esemplificazioni estreme di una realtà geo-politica estremamente complessa che identificano in un “nemico potente” tutte le cose negative che trapelano dalla cronaca: da eventi naturali come i terremoti alle migrazioni di massa. Spesso, inoltre, le teorie cospirazioniste si basano su quell’antisemitismo “moderno” che portò all’affermazione del nazismo in Germania.

 

Tali pensieri hanno un effetto rassicurante, se vi capiterà di parlare con una persona realmente convinta delle teorie cospirazioniste più comuni, noterete che vi racconterà tutta una serie di scenari terrificanti ma senza ansia, anzi, spesso con un sorrisetto soddisfatto e beffardo. In un mondo in cui tutto sembra ubiquitario e i mutamenti geopolitici dall’altra parte del mondo hanno effetti imprevedibili sulla nostra quotidianità, identificare un nemico, uno e uno solo, è una sicurezza. E’ inoltre sottilmente rassicurante l’idea che la complessità del mondo sia governabile, seppure dai “cattivi”.

 

Ad esempio, ricostruire le complesse ragioni dei fenomeni migratori di massa degli ultimi anni è complesso e destabilizzante, richiede l’approfondimento di culture altre e della storia recente. E’ molto più semplice immaginare un élite che trama per la “sostituzione dei popoli” piuttosto che fare i conti con pagine e pagine di storia e attualità africane, nelle quali magari si potrebbe anche (ri)scoprire le atrocità commesse da un antenato fascista.

 

D’altra parte, però, non si può nemmeno raccomandare una supina accettazione delle versioni “ufficiali”. Senza il lavoro paziente di Sergio Flamigni, ad esempio, non si sarebbe nemmeno iniziato ad indagare la verità dietro il delitto Moro. Nonostante le accuse di visionarietà rivoltegli, tramite i suoi scritti Flamigni ha costretto l’Italia a fare i conti con un vicenda tutt’ora oscura. Allo stesso modo, senza persone inclini al dubbio, non conosceremo la verità sulla loggia P2, sull’esperimento di Tuskegee o su MKUltra, pagine terribili e dolorose in cui settori dei governi hanno operato contro i propri stessi cittadini.

 

Il paradosso del cospirazionismo su cui vorrei fare riflettere riguarda, però, l’impatto sulla vita quotidiana di tali credenze.

 

Volendo delineare uno spettro che va dalla sana sospettosità al delirio paranoide, vorrei che non ci si soffermasse sui contenuti di tali credenze. L’idea per cui avere dei dubbi sulla versione ufficiale riguardo l’undici settembre sia sano, mentre credere ai rettiliani è folle mi sembra fine a se stessa.

Ritengo che la linea di demarcazione sia da porre sulla quantità di pensiero e risorse personali che vengono investite in tali credenze. La soglia viene superata quando il pensiero cospirazionista diventa la chiave interpretativa di ogni aspetto del proprio quotidiano, l’unico argomento di conversazione e un investimento, anche economico, in materiali vari venduti da cinici approfittatori.

Non essere più capaci di godere di una canzone pop perché foriera di potenziali messaggi subliminali, allontanare chi non condivide i propri pensieri, appesantire ogni ritrovo sociale con panegirici infiniti sulle malefatte del Bilderberg può avere conseguenze negative anche gravi in termini di isolamento sociale e benessere individuale: ecco il paradosso.

 

Quando la mia mente è costantemente occupata dagli Illuminati, gli Illuminati hanno vinto, anche se non dovessero esistere. Se la mia vita è controllata dal pensiero che gli Illuminati controllino e condizionino il mio pensiero, vuol dire che sono già controllato, anche se ho fatto tutto da solo.

 

Lo sviluppo di un pensiero critico, nei tempi del sovraccarico informativo da Internet è estremamente difficile, e costituisce una delle sfide più difficili per le famiglie e l’istituzione scolastica, ma se non accettiamo questa sfida corriamo il rischio di vivere un’esistenza di sfiducia e paranoia, in balia del primo pifferaio che ci indica il nemico con una mano mentre con l’altra ci ruba portafogli e libertà.

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